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Matthias Politycki Radio

 / italienisch / italiano Nel primo anniversario della morte di Giovanni Nadiani


Excerpt

Cari familiari, cari partecipanti a questa ricorrenza, caro Giovanni,

è passato un anno, ormai, da quando mi è giunta la notizia della morte di Giovanni Nadiani. Anche se, conoscendo la sua malattia, dovevo essere preparato a quella eventualità, avevo sperato fino all’ultimo che lui avrebbe vinto la sua “ultima corsa”, come la chiamavamo entrambi.  Perché lui, come me, era un maratoneta, o meglio, lui lo era molto più di me, che in fondo sono rimasto un “dilettante ambizioso”, mentre Giovanni era entrato nella selezione italiana di Maratona. Già soltanto questo, mi indurrebbe a inchinarmi a lui con profondo rispetto. Perché lui non solo correva maledettamente veloce e con una resistenza incredibile, ma sapeva raccontare l’attività del correre con tale chiarezza che le sue cognizioni potevano essere prese come insegnamenti di vita.
Nel mio testo “42,195. Perché corriamo la maratona e cosa pensiamo durante” ho citato le sue parole. Alla domanda che il sottotitolo direttamente pone lui aveva risposto: “Perché io, in quasi tutte le fasi decisive della mia vita ho approfittato, e ancora approfitto, della tenacia fisica, psichica e morale conquistata con la corsa”. La frase si trova a pagina 309 del libro pubblicato nel 2015, e da allora abbiamo sempre ricordato questo passaggio nelle lettere e nelle mail scambiate negli ultimi anni della sua vita. I dolori che Giovanni doveva sopportare erano sempre più acuti, ma da maratoneta li affrontava con coraggio, e nella sua tenacia era veramente ammirevole.
Da quando ho saputo della sua malattia ho corso tutte le maratone, e le mezze maratone, per lui. Mentre correvo pensavo a come gli sarebbe piaciuto essere li con me, e mentre cercavo con il mio ritmo di inviare a lui forza ed energia, io stesso mi sentivo le gambe leggere, andavo più veloce, pensare a lui metteva le ali. A volte gli ho inviato la medaglia che ricevevo al traguardo, o anche la mia maglietta di finisher. Piccoli trofei che i corridori sanno apprezzare, e credo che a Giovanni abbiano fatto piacere.
Anche nell’ ottobre del 2016 avevo una corsa in programma. Mi ero allenato raggiungendo un miglior tempo, che volevo “battere”, come si dice nel gergo dei maratoneti, durante la Maratona di Francoforte. E avrei mandato a Giovanni la mia medaglia da finisher, nel caso fossi riuscito a realizzare un nuovo record personale. Ma lui è stato più veloce di me.
Quando poi, a un mese dalla sua morte, partecipai effettivamente alla corsa di Francoforte, per i primi 30 km tenni il mio miglior tempo, ma a partire dal 31 kilometro fui colto da tutti i più tetri pensieri, non riuscivo più a correre per lui, la corsa mi sembrava passo dopo passo completamente assurda, e crollai. Senza averne alcun bisogno fisico, mi rintanai nella prima toilette decente lungo il percorso, e mi chiusi dentro. Volevo semplicemente sparire. Restai lì senza sapere che fare. Dopo due, tre minuti mi feci coraggio e stringendo i denti continuai la corsa. Ovviamente quella volta non riuscii a ‘battere’ il mio record personale.
Quel crollo improvviso è più loquace di tante parole. Forse vi starete chiedendo perché non ho parlato della fantastica collaborazione che si è realizzata tra me e Giovanni, traducendo le mie poesie e il testo “Racconto dell’aldilà”. Ma in realtà, mi vien da rispondere, ne ho già parlato perché durante il nostro lavoro insieme, noi due abbiamo corso uno con l’altro e uno per l’altro, se posso usare questa immagine. Sì, Giovanni, oltre a essere un poeta e un performer di grandi doti, era un traduttore molto accurato; grazie alle sue precise domande ho imparato molte cose sui miei testi. Ripensandoci oggi mi sembra che il lavoro comune è sempre stato fin dall’inizio piacevole e produttivo perché entrambi correvamo, benché per molto tempo non lo sapessimo uno dell’altro. Il fatto che si corra la maratona. e come la si corre getta subito una luce, offre un modello interpretativo per la vita dell’altro, e anche per l’amicizia che unisce al di là del semplice lavoro.
Giovanni mi manca! Non solo come traduttore di nuove poesie o di nuovi testi, mi manca come amico che corra con me un altro pezzo di vita, e io con lui. Per questa ragione vorrei concludere con una delle mie poesie sulla corsa, che è stata tradotta da Giovanni. Si intitola: “Perché uno come me fa i suoi giri con questo tempo cane?” Sottotitolo: “Un incoraggiamento di giovedì”
Immagino che Giovanni in cielo continui a correre i suoi giri, al ritmo serrato che la poesia assegna a ogni corridore, ma con quella leggerezza che lui aveva sempre anche nella più profonda serietà, e ora libero anche dal dolore:

Corri, corri, corri e basta
per il parco, per il viale,
corri, corri, corri, corri
un animale e ... mai più fermo stare!

Sempre avanti tra pozzanghere
da fango depurato, da vento collaudato,
corri da far frusciare intorno
gli alberi e le luci ruotare.

corri finché non più soltanto
i cani e gli scordati pensionati
ti gettano uno sguardo evidente,
corri da non sentir più niente,
non il giorno e neppure l’ora.

corri, corri da far prosperare
sul bordo della strada palme e cactus
mentre il profumo d’orchidee
ti vuole inebriare, tu dovresti –

no, il fiato non tirarlo bensì solo
quasi fosse un martedì
passaci davanti con passo lieve
corri, corri, corri e basta,
un animale e ... mai più fermo stare!



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